Euristiche ed algoritmi, il nostro cervello non sbaglia mai (forse).

Un mattone pesa un chilo piú mezzo mattone. Quanto pesa il mattone?

Per molti di noi ci vorranno più di tre minuti per giungere alla risposta corretta.

Ma se ponessimo il problema in termini invertiti, chiedendo:

Un mattone pesa mezzo mattone più un chilo. Quanto pesa il mattone?

Ecco che rapidamente si giunge alla risposta corretta.*
Proprio in questi giorni sto leggendo un libro molto divertente ed interessante, scritto dal Prof. Paolo Legrenzi, che si intitola “6 esercizi facili per allenare la mente” , da cui è tratto questo quesito.

In questo testo il Prof. Legrenzi ci ricorda che la nostra mente ragiona attraverso due strategie, una più veloce ed essenziale, le EURISTICHE, ed un’altra più complessa ed analitica, gli ALGORITMI.

Non c’è nulla di peggio che mettersi a fare complessi ragionamenti trovandosi all’improvviso in un vicolo mal illuminato con di fronte un paio di male intenzionati: il nostro cervello attraverso l’euristica “Scappa!” (Vi ricordate la bella canzone di  Michael Jackson,  “Beat it!”?) ha effettuato una più che sufficiente valutazione della situazione,  atta a salvarci la vita ed i beni personali. In situazioni come queste servono le euristiche.

Processare troppe informazioni in un limitato lasso di tempo ogni volta sarebbe non solo impossibile, ma controproducente – in Psicologia si usa il termine disadattivo-. Sapere istintivamente che un cibo è buono senza doverlo sempre assaggiare rischiando di avvelenarci,  fuggire di fronte ad un pericolo, sono tutte euristiche del pensiero, che è più orientato a farci sopravvivere che a rispondere sempre correttamente. Magari i due tizi del vicolo erano per me spaventosi nell’aspetto, ma buoni come cuccioli…nel dubbio, meglio darsela a gambe e cambiare strada!

Ma non sempre si posso mettere in atto ragionamenti immediati ed allo stesso tempo corretti, a volte dobbiamo fermarci a pensare e ragionare bene su tutti i dati che abbiamo e su tutti gli aspetti del problema che abbiamo da risolvere. Nello scegliere la casa da acquistare non basta “Mi piace quella!”, ci sono tanti aspetti da tenere in considerazione e per questo il nostro cervello usa gli algoritmi. Siete riusciti a dire quanto pesa il mattone?

Attraverso l’algoritmo la nostra mente compie passaggi logici che ci portano a dire

  1. Ho un mattone
  2. Un mattone è composto da due parti uguali, dette metà
  3. Una metà pesa un chilo

E risolvere così il quesito.

Il problema si pone quando si ragiona troppo utilizzando una delle due strategie a discapito dell’altra, e così ci si trova a non ragionare abbastanza quando sarebbe necessario, perché si usano troppe euristiche, o a “pensare troppo” quando sarebbe il caso di agire, perché si fa eccessivo ricorso agli algoritmi.

Libri come quello del Prof. Legrenzi ci aiutano ad educare ed allenare il nostro cervello per imparare quando fidarsi delle nostre intuizioni e quando necessitiamo invece di ragionare di più e meglio, consentendoci di utilizzare poi al meglio queste strategie per migliorare la qualità della nostra vita quotidiana.

 

 

*Se mezzo mattone corrisponde ad un chilo, è facile arrivare a dedurre che l’intero mattone pesa due chili. Bastava solo spostare l’attenzione dal mezzo chilo al mezzo mattone, e ciò è stato facile variando i termini della richiesta.

 

I neuroni, le cellule del nostro cervello

Neurone

Questa è l’immagine di alcuni neuroni, le cellule che compongono il nostro cervello. I neuroni sono composti da un corpo cellulare, il soma (la parte grande) che contiene il nucleo, da un lungo filamento chiamato assone, lungo il quale scorrono gli impulsi elettrici che poi arrivano alle giunzioni neuromuscolari e da esse ai muscoli, e da filamenti più piccoli e molto ramificati chiamati dendriti, che ricevono gli impulsi dall’esterno e da altri neuroni, per poi trasmetterli al soma.

I neuroni “comunicano” tra loro attraverso dei siti di contatto, le sinapsi, che altro non sono che i punti di raccordo tra le cellule del nostro cervello: tra due neuroni possono esserci migliaia di sinapsi.

Fino a pochi decenni fa si pensava che i neuroni non potessero essere riparati, a differenza delle altre cellule del nostro corpo, e che una volta morti non ci fosse più speranza e bisognasse rassegnarsi alla perdita di facoltà legate alla parte del cervello colpita: oggi non è più così e nuovi studi dimostrano come sia possibile sostituire i neuroni danneggiati, come quelli intrapresi da Olle Lindvall in Svezia.

I neuroni vengono differenziati sia in base alla loro struttura che alla loro differente funzione:Strutture dei neuroniNeuroni sensoriali o afferenti: cellule nervose che trasportano informazioni, ad esempio su temperatura, pressione, luce ed altri stimoli. Strutturalmente questi neuroni sono cellule bipolari o a T.

Neuroni “internunciali” o interneuroni (neuroni di interconnessione): cellule del sistema nervoso centrale che sono poste tra altri neuroni  afferenti ed hanno la funzione, attraverso molteplici connessioni, di operare una integrazione ed elaborazione dei diversi messaggi che ricevono da tali neuroni.Strutturalmente questi neuroni sono cellule multipolari che presentano ramificazioni molto complesse (II tipo di Golgi).

Neuroni motori o efferenti (della sezione somatica e vegetativa): dopo che uno stimolo è stato captato dai recettori sensoriali, queste particolari cellule nervose hanno la funzione di trasmettere la risposta allo stimolo, elaborata nel sistema nervoso centrale, a muscoli, tessuti, ghiandole etc…,  che così entrano in attività.
Strutturalmente questi neuroni sono cellule multipolari del I tipo di Golgi (ad esempio i motoneuroni).

Se vi va di approfondire ulteriormente l’affascinante mondo dei nostri neuroni, sulla mia pagina Facebook COLORAMENTE potete trovare anche un’intervista a Giacomo Rizzolatti,  lo scopritore dei neuroni specchio.

 

Sindrome da Burnout, quando le emozioni “esplodono”.

Sempre più spesso si sente parlare di “Burnout” (“esaurito” in inglese),

una grave sindrome da stress cronico spesso troppo sottovalutata.

La sindrome da Burnout tende a colpire le persone che svolgono lavori a stretto contatto con il pubblico, ed in particolar modo chi deve rapportarsi con bambini, anziani e malati: infermieri, medici, psicologi, insegnanti, assistenti sociali e membri delle forze dell’ordine sono tra gli individui più vulnerabili ed a rischio di svilupparne i sintomi.
È stata descritta inizialmente da H. Freudenberger e da C. Maslach, che portarono avanti le prime osservazioni su tale fenomeno dopo il 1970, all’interno di un reparto di igiene mentale in cui avevano notato su alcuni operatori dei sintomi caratteristici di questo problema.
Nel 2000 Maslach e Leiter hanno perfezionato le componenti della sindrome attraverso tre dimensioni:
  • deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro
  • deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro
  • un problema di adattamento tra persona ed il lavoro, a causa delle eccessive richieste di quest’ultimo.

Quando iniziano ad insorgere i sintomi del Burnout, di solito il primo è l’esaurimento emotivo-fase di stagnazione. “Questo lavoro mi prosciuga” , “Mi sento spossato interiormente” sono alcune delle frasi che è  più comune udire in chi inizia a mostrare i primi segni di cedimento.

Si passa poi alla depersonalizzazione : si tenta di distaccarsi emotivamente dal vissuto dell’altra persona in maniera brutale, fredda, reagendo con fastidio alle richieste di aiuto. È purtroppo al limite estremo il caso di chi picchia i propri pazienti o i bambini, o li tratta con crudele cinismo e rabbia. Questi comportamenti possono essere esasperati a tal punto che quanto più gli altri richiedono attenzioni, ancora di più si reagisce male alle loro richieste.

Infine si giunge alla ridotta realizzazione lavorativa-stadio dell’apatia: non ci si sente più in grado di fare bene il proprio lavoro, a contribuire al benessere degli altri e non si ha più uno scopo, un’ambizione lavorativa. Tutto diviene una routine pesante ed insopportabile, meccanica, che spinge ad odiare il proprio lavoro, i colleghi, le persone con cui si viene a contatto.

È stato visto che le persone che hanno aspettative troppo entusiastiche ed irrealistiche verso le professioni di aiuto tendono ad essere più soggette al rischio di Burnout,  è dunque fondamentale, oltre ad un’adeguata formazione, una costante supervisione che permetta al professionista di esprimere i propri disagi di fronte al vissuto dei pazienti ed avere percezione dei propri agiti.

L’autoefficacia: cosa penso delle mie capacità?

Ognuno di noi si ritiene più o meno dotato di Autoefficacia in vari ambiti

Che cosa intendiamo con questa parola?

L’Autoefficacia è un costrutto psicologico teorizzato da Albert Bandura nel 1997 e poi perfezionato negli anni successivi : sta ad indicare la percezione della propria efficacia e competenza, e non va confuso con l’autostima, che indica invece la percezione del proprio valore generale come individui.

Si può avere un’ottima autostima e sentirci non autoefficaci in matematica o alla guida di veicoli, ad esempio.

Così come si può non avere stima di sé e sentirsi molto competenti in disegno o programmazione informatica.

L’Autoefficacia aiuta nello studio e nel lavoro, in quanto ci permette di sentirci in grado di affrontare e risolvere problemi e porci mete sempre più ambiziose. È un pilastro degli sportivi, che tendono sempre a voler migliorare i loro record.

Come possiamo migliorare la nostra Autoefficacia?

È un costrutto che si impara fin da bambini, quando veniamo incoraggiati ogni volta che riusciamo in qualcosa o veniamo stimolati ad agire da soli ed imparare creiamo le basi per una sana Autoefficacia,  mentre la perdiamo ogni volta che le nostre capacità vengono limitate o messe costantemente in dubbio.

Ovviamente crescendo tendiamo a dipendere meno dal giudizio degli altri (o almeno,  sarebbe auspicabile) e le nostre convinzioni possono cambiare e diventare più funzionali, anche se come in tutte le cose se la radice è sana sarà molto più facile che la pianta diventi sana e robusta ed abbia poi meno bisogno di medicazioni costanti.

 

Albert Bandura ed il suo contributo alla psicologia.

Dopo aver letto, ammetto con immensa gioia ed ammirazione, del  Premio ad Albert Bandura per il suo contributo alla psicologia (in inglese) , non potevo esimermi dal fare conoscere ai non addetti ai lavori questo grande psicologo americano, che lavora presso l’Università di Stanford, in California -prestigiosa nel mondo, ma famosa in Italia principalmente per il discorso di Steve Jobs “Stay hungry, stay foolish”, per capirci-.Albert Bandura

Albert Bandura ha avuto molti meriti, primi tra tutti l’aver teorizzato il concetto di Autoefficacia (1997, 2000) -che tratterò in un prossimo post- e l’Apprendimento sociale (1997)

La teoria dell’apprendimento sociale è derivata da una serie di esperimenti condotti da Bandura negli anni, e di cui il più importante e celebre rimane quello effettuato con il pupazzo Bobo.

Le teorie dell’apprendimento operante di Skinner avevano dimostrato che si apprende grazie a ricompense e punizioni, Bandura è andato oltre ed ha mostrato come si apprenda ANCHE attraverso l’esempio.

Nell’esperimento di Bandura, in una stanza un bambino in età prescolare sta disegnando. In un angolo della stessa stanza ci sono delle costruzioni, una mazza da baseball ed un pupazzo di gomma di quelli che restano sempre in piedi, e c’è un adulto che gioca con le costruzioni.

All’improvviso l’adulto si alza e per circa 10 minuti aggredisce il pupazzo con calci e pugni e colpendolo con la mazza da baseball, dicendo a voce alta frasi come “buttalo giù, colpiscilo! Etc….”.

Dopo di ciò il bimbo viene portato in un’altra stanza piena di giochi. Tempo due minuti lo sperimentatore lo va a richiamare dicendogli che quei giochi vanno conservati per altri bambini perché sono i più belli che ci sono, ed il bimbo viene ricondotto in un’altra stanza, frustrato di non aver potuto giocare con tutte quelle cose.

In questa nuova stanza si trovano giochi adatti sia ad un tipo di attività  non violenta (colori, costruzioni. ..), sia un pupazzo sempre in piedi ed una mazza da baseball.

Quello che è stato osservato è  che i bambini che non avevano assistito all’aggressione del pupazzo, per quanto delusi, si mettevano a giocare tranquilli,  mentre coloro che avevano visto picchiare Bobo prendevano la mazza e si scagliavano contro il pupazzo. Non solo, spesso ripetevano anche le parole dell’adulto che avevano osservato.

Bandura ha così teorizzato che la famiglia, l’ambiente di appartenenza ed i mass media influenzano i bambini nella gestione ed espressione dell’aggressività.

Non conta solo ciò che si ottiene da un determinato comportamento, ma anche ciò che vediamo fare intorno a noi.

 

La motivazione allo studio: da cosa dipende?

Non sempre è  facile dedicarsi con passione a trascorrere  ore sui libri e fare i compiti. La motivazione allo studio è un tema molto sentito, in quanto ci riguarda tutti.Motivazione allo studio

Se siete insegnanti, genitori o seguite bambini e ragazzi nei doposcuola sapete benissimo la frustrazione che si prova a volte nel cercare di farli dedicare con profitto all’apprendimento, quando magari loro non vogliono saperne. Ma possiamo fare qualcosa per migliorare il loro amore per i libri ed i compiti?

Ovviamente la risposta a questa domanda è Sì!

Bisogna partire dal fatto che la motivazione allo studio è  un universo complesso regolato da varie componenti,  sia proprie della persona, sia riferite all’ambiente esterno in cui il bambino/ragazzo vive e studia ogni giorno.

Partendo dagli anni ’70 con gli studi di Flavell, per arrivare ai giorni nostri a Cesare Cornoldi, si sono rivelati importantissimi i loro lavori sulla metacognizione, ossia citando Cornoldi stesso

《l’insieme delle attività psichiche che presiedono al funzionamento cognitivo, e più specificatamente distingue tra conoscenza metacognitiva (le idee che un individuo possiede sul proprio funzionamento mentale e che includono le impressioni, le intuizioni, le autopercezioni) ed i processi metacognitivi di controllo (tutte le attività cognitive che presiedono a qualsiasi funzionamento cognitivo e che includono la previsione, la valutazione, la pianificazione, il monitoraggio)》

In parole più semplici la metacognizione è la capacità di “pensare sul pensiero”, di attribuirsi delle capacità e di saper attuare strategie volte all’ottimale funzionamento e riuscita dei propri obbiettivi di apprendimento.  Un classico esempio di metacognizione che tutti sperimentiamo ogni giorno è  “aspetta che me lo scrivo, altrimenti non lo ricordo”.

Uno “studente metacognitivo” sa valutare se stesso e le sue capacità, sa distribuire il carico di studio in quanto è capace di rendersi conto di quanto riesce a memorizzare e quanti esercizi riesce a svolgere volta per volta ed è curioso e fiducioso nei propri mezzi.

La motivazione all'apprendimento

Queste sono tutte abilità che ben poche persone hanno a livello innato, la maggior parte di noi le apprende.

Vediamo alcune strategie che incrementano la motivazione allo studio:

  1. In primo luogo, ha un’importanza fondamentale l’atteggiamento di chi si occupa dei ragazzi e dei loro momenti di studio, atteggiamento che deve essere sempre positivo e volto a stimolare il loro desiderio di saperne di più e la loro curiosità. Dobbiamo sempre ricordare che le idee che abbiamo su noi stessi e le nostre capacità si creano fin da bambini con i giudizi e le idee che gli altri ci rimandano di noi, e poi sono molto difficili da modificare.  
  2. Ognuno di noi possiede uno stile proprio di apprendimento che non andrebbe mai forzato a cambiare : io ad esempio memorizzo molto le cose che ascolto, tendo quindi a ripetere a voce alta e registravo le lezioni universitarie, mentre c’è chi adora scrivere e prendere pagine di appunti o farsi schemi e mappe concettuali, usando colori e disegni. Ovviamente spesso questi metodi si integrano tra loro, ma non bisogna mai commettere l’errore di voler imporre un metodo piuttosto che un altro, vanno assecondati i talenti naturali dello studente.
  3. Lo studio deve poi essere un dovere piacevole, quindi gli insegnanti più accorti, oltre a rendere gradevole la lezione in classe, dovrebbero avere la lungimiranza di non sovraccaricare gli alunni di lavoro oltre l’orario scolastico : non hanno una sola materia da apprendere, non è detto che le padroneggino tutte ed hanno diritto a staccare la mente una volta usciti da scuola. Allo stesso modo i genitori devono rendere autonomi i figli, concedendogli di riposarsi dopo il rientro a casa e responsabilizzandoli sullo svolgimento dei compiti,  magari permettendogli di studiare con dei compagni più bravi. Studiare mette molto alla prova la capacità di resistere alle frustrazioni e la disciplina,  serve quindi anche un ambiente adeguato che non presenti o favorisca distrazioni.
  4. Un’ultima, ma importante precisazione va poi fatta anche sull’organizzazione scolastica ed il clima che si respira in classe: spesso il rifiuto dei libri è associato ad una percezione negativa che lo studente ha della scuola in generale, in quanto vive male l’ambiente ed i rapporti con i compagni e gli insegnanti e non lo studio in sé. Il dialogo tra genitori ed insegnanti si rivela ancora una volta fondamentale.

Come primo passo pratico do io un compito a voi: cominciate con il far sentire bambini e ragazzi sempre intelligenti e capaci e permetterete loro di creare grandi cose!

 

 

Cornoldi C. (1995), Metacognizione e apprendimento,Il Mulino, Bologna.

Schema di Giuseppe Valitutti, La scuola del successo e la metacognizione, in http://wwwcsi.unian.it/educa/index.html.

 

Quanto è importante la comunicazione nella nostra vita?

La comunicazione segna ogni istante della nostra esistenza.

Fin da quando nasciamo siamo in costante comunicazione con gli altri: il problema è che molto spesso nessuno ci insegna a comunicare in maniera efficace.

Innanzi tutto c’è da dire che la comunicazione viaggia su tre livelli fondamentali:

  • VERBALE, ossia tutto ciò che esprimiamo con il linguaggio,
  • NON VERBALE, che si riferisce ai gesti, agli sguardi ed alle posture
  • PARAVERBALE,  riferito al tono di voce, all’ironia etc…

Comunicazione

Esistono delle leggi ben precise che regolano la comunicazione.

Non si può non comunicare.

Immaginate di stare passeggiando in un parco e di vedere un gruppo di bambini che giocano. Ad un certo punto notate un bimbo in disparte. Perchè è lì da solo? Ha litigato con gli altri? Sta aspettano che qualcuno venga a prenderlo? Si è fatto male? Non gli piace quel gioco? La lista potrebbe essere potenzialmente infinita.  Quel bambino non lo conoscete, non vi ha parlato, eppure vi comunica un sacco di cose. Come è vestito? È felice o triste? Tutto di noi comunica qualcosa, sempre, anche se non vorremmo.

La mappa non è il territorio.

Ogni volta che dobbiamo fare un discorso ci creiamo una mappa mentale di come potrebbe andare la nostra conversazione “Se io dico questo allora lui potrebbe rispondere quest’altro”, ma nella realtà non sempre le cose vanno come le abbiamo pianificate e possono subentrare fraintendimenti, interruzioni, divagazioni…La nostra comunicazione deve quindi mantenersi flessibile, ricordandoci che come una mappa è solo la rappresentazione di un territorio, così la nostra idea di comunicazione non sempre corrisponde alla realtà della relazione che abbiamo con gli altri.

L’importante è ciò che arriva, non ciò che intendevi.

Quando comunichiamo non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare che non comunichiamo per noi stessi, ma per gli altri.

Quello che conta ai fini di una buona comunicazione è che ci consenta di ottenere ciò che vogliamo, quindi dobbiamo sempre fare in modo che il messaggio che vogliamo trasmettere venga recepito nel modo giusto. Tutto il contrario della famosa massima di Charlie Chaplin

Io sono responsabile di quel che dico, non di quel che capisci tu.

Questo è il tipico approccio del cattivo comunicatore.

Pensate che un giapponese venga nella vostra città e vi chieda IN GIAPPONESE di consigliargli il miglior ristorante. Voi non sapete il giapponese. Di chi è la responsabilità, dell’italiano che è tenuto a sapere tutte le lingue del mondo o del giapponese che in Italia si aspetta di essere compreso da chiunque nella sua lingua?

La responsabilità è sempre di chi comunica. Se vuoi veicolare un messaggio devi prenderti la responsabilità di cosa comunichi, come lo fai e verso chi.

Se vogliamo che la nostra comunicazione sia efficace dobbiamo sempre metterci nei panni dei nostri interlocutori!

E ricordate che anche condividere questo post è una forma di comunicazione efficace! 😉

 

Uomini e donne, una piccola guida per imparare a capirsi.

Ci sono cose che sono immutabili nel tempo, ed una di queste è la differenza psicologica tra uomini e donne.

Anche se con l’evoluzione dei costumi e della società noi donne abbiamo conquistato sacrosanti diritti e gli uomini hanno meno timore ad esprimere i loro sentimenti o svolgere in maniera eccellente le faccende domestiche, il modo in cui sono organizzati in nostri cervelli e la risposta a determinati ormoni restano differenti.

Questo sta a significare, soprattutto nell’atto del corteggiamento, ma in generale per tutta la vita, che i nostri bisogni ed il modo in cui ci esprimiamo sono e resteranno diversi: parlando di eterosessualitá, un uomo è attratto dall’energia femminile e viceversa per le donne la mascolinità è attraente.

Ci sono ovviamente le dovute eccezioni, ma NON si può avere solo ciò che ci piace: questo sta a significare che se una donna ha un carattere piú mascolino e si comporta da cacciatrice (è lei a chiedere il numero, a proporre le uscite, ad organizzare le vacanze etc…) attrarrá uomini più timidi e poco intraprendenti. SEMPRE timidi e poco intraprendenti. Questo vuol dire che se un giorno lei vorrà che lui si comporti secondo lo stereotipo del “vero uomo” probabilmente resterà delusa, perché non è quello il carattere dell’uomo che ha scelto. Ma non sarà stato lui a cambiare o a deluderla,  lui è sempre stato così.

Innanzitutto sfatiamo il mito dell’amore cieco che capita per caso: quella è l’attrazione, che non ha nulla a che vedere con l’amore o con l’essere compatibili. E’ semplice chimica sessuale, che prima o poi si esaurisce, la persona che decidiamo di avere accanto per costruire una relazione ce la SCEGLIAMO.  Questa parola, scelta, è molto importante e non va mai dimenticata.

Secondo poi, non esiste la persona perfetta. Tutti abbiamo difetti, e non riuscire ad accettarlo è sintomo di un profondo disagio che necessiterebbe di un intervento psicologico professionale. Nessuno potrà mai colmare tutti i nostri vuoti o risolverci i problemi, perdonarci tutto e stare sempre a nostra disposizione, avere un aspetto sempre impeccabile ed un carattere esente da macchie.Uomini e donne

Fatte queste doverose premesse, passiamo alla nostra guida!

Uomini e donne, anche se sembra strano, vogliono in fondo le stesse cose: amare ed essere amati.

Lo esprimiamo però in maniera differente.

Se l'argomento vi interessa e volete approfondirlo vi consiglio i libri del grande psicologo di coppia John Gray.
  • Gli uomini hanno un corpo calloso  (il fascio di nervi che collega i due emisferi del cervello) meno sviluppato rispetto a quello delle donne: questo sta a significare che per loro è più difficile fare più cose contemporaneamente, e di solito se sono concentrati su qualcosa non hanno la prontezza mentale tipica delle donne di pensare allo stesso tempo anche ad altro. Sono fatti così, non è questione di pigrizia o noncuranza.
  • Allo stesso tempo, le donne hanno una cervello che “non si spegne mai” -se siete donne e state leggendo avete capito benissimo ciò che intendo- e questo ci rende multitasking, ma anche mentalmente più vulnerabili e creative. Non lo facciamo per renderci moleste o far vedere quanto siamo brave, siamo fatte così.
  • Noi donne abbiamo bisogno di parlare tanto e sfogarci per stare bene e sentirci in contatto con gli altri. Per gli uomini questo è raro, hanno bisogno di risolvere da soli i loro problemi per sentirsi competenti ed in gamba. Solo dopo in caso di bisogno chiedono aiuto.
  • Gli uomini dopo il lavoro sembrano per un pò isolarsi tra giornale, divano e TV.  È normale. Hanno bisogno di rilassare la mente e aggredirli fin dal primo momento in cui mettono piede in casa non è una buona idea. Non riescono a seguire le lunghe elucubrazioni mentali delle donne, perché non sono donne. Sono più pratici ed orientati allo schema Problema -Soluzione.
  • Gli uomini sono guidati dal testosterone, amano la caccia, la sfida e ciò che devono guadagnarsi. Le donne sono il loro premio più ambito. Una donna che non si dà valore, che si svende, che accetta qualsiasi cosa, non è attraente. Allo stesso modo una donna che voglia fare la cacciatrice, la corteggiatrice, stimola in un uomo un istinto o di competizione o di bisogno di cure materne, a seconda del suo carattere. In nessuno dei due casi ho scritto attrazione e desiderio.
  •  Gli uomini non amano vedere soffrire una donna e dover magari subire una scenata. Non hanno gli strumenti emotivi per farvi fronte, per questo spesso spariscono senza spiegazioni se vogliono chiudere una frequentazione. In questo caso sono vigliacchi, e loro sparizione è già una spiegazione.
  • Le donne non dimenticano con il passare del tempo. Anzi, mentre l’uomo tende a calmarsi e sbollire con il passare di ore o giorni, la rabbia di una donna monta ogni giorno in cui non chiedete scusa o fate qualcosa per recuperare. Magari voi non vi fate sentire per una settimana pensando di farla placare, come servirebbe a voi, intanto lei è lì che conta i minuti. Si, ho scritto minuti.
  • Le donne hanno bisogno di sollecitudine, affetto, romanticismo. Fatele un complimento, aiutatela spontaneamente in casa e con i figli, regalatele un fiore o un cioccolatino senza nessuna ricorrenza, mandatele un sms dal lavoro per dire che la pensate, una volta ogni tanto rinunciate alla partita per fare insieme qualcosa che le piaccia, vi adorera’.

 

 

I nostri amici animali: perché li amiamo così tanto?

I nostri amici animali…fanno ormai parte della vita e della famiglia di moltiI nostri amici animali

Chi di noi non si intenerisce di fronte ad un dolce gattino come questo?

Da anni la psicologia comportamentale attraverso le sue ricerche ha notato che tendiamo ad avere un atteggiamento naturalmente affettuoso e positivo verso le tipiche caratteristiche dei bambini piccoli, come testa più grande rispetto al corpo, occhioni e fronte larga.

Questo si manifesta anche nei confronti dei cuccioli di altre specie animali, come per l’appunto i gatti ed i cani:I nostri amici animali

Chi di voi sarebbe in grado di punire con severità questo musino dopo che ha commesso una marachella?


Nel 2012 uno studio israeliano ed uno tedesco hanno dimostrato che chi possiede un animale domestico al quale è affezionato ne ottiene un piacevole sostegno psicologico che riduce i suoi livelli di stress, e probabilmente questo avviene maggiormente per quelle persone -anche bambini- che trova difficile relazionarsi con gli altri esseri umani. Come ha fatto notare la ricercatrice Pauline Bennett, però, chi ama molto gli animali ma non ha interazioni sociali soddisfacenti spesso attribuisce loro proiezioni di sentimenti e comportamenti che non fanno parte delle intenzioni dell’animale, come quando si dice “il mio cane mi ama incondizionatamente mentre la gente è meschina e dice solo cattiverie.”

Questo però è di grande aiuto per studiare i nostri bisogni e desideri sociali.

Nel 1998 il comportamentista animale József Topál ed i suoi collaboratori hanno riprodotto l’esperimento della strange situation di Mary Ainsworth con padroni e cani, per scoprire che i cani si comportano come i bambini nei rapporti di attaccamento, e vedono i loro padroni come una sicurezza ed un rifugio. Lo stesso esperimento riproposto con dei lupi allevati dall’uomo non ha dato gli stessi risultati, quindi solo i cani sviluppano un attaccamento, che rispecchia però anche i lati negativi di quello umano: ecco perché alcuni cani se restano soli in casa per diverso tempo fanno danni, lasciano deiezioni in giro e spesso abbaiano o guaiscono instancabilmente per ore, mostrando ansia da separazione.

C’è ancora invece ancora molto da studiare sui gatti, anche per via del loro comportamento più  schivo ed indipendente, che io personalmente adoro! 😻

E voi, avete animali che amate? Commentate e condividete il post!

 

Daniel Tammet, il funzionamento brillante di una “mente differente”

Daniel Tammet

Conoscete questo ragazzo? Si chiama Daniel Tammet e la sua storia mi ha molto colpita.

Daniel Tammet ha 36 anni e soffre di un  disturbo dello spettro autistico denominato Sindrome di Asperger,  anche considerata come una forma di “autismo ad alto funzionamento”: questo sta a significare che pur presentando i caratteristici sintomi autistici,  le persone come Daniel si rendono conto delle loro difficoltà e sanno verbalizzarle e spiegare come percepiscono il mondo e la realtà. Questo rende una persona straordinaria come lui un’inesauribile fonte di informazioni scientifiche. Si stima che nel mondo esistano solo un centinaio di individui come Daniel.

Sono un cosiddetto ´savant´ o più precisamente il tipo ´high functioning´ di savant autistico. Una condizione rara. E ancor più raro se associato, come nel mio caso, ad autoconsapevolezza e maestria linguistica. Molto spesso quando incontro qualcuno e vengono a sapere della mia condizione si crea un atmosfera un po' imbarazzante. Lo leggo nei loro occhi. Vorrebbero chiedermi qualcosa. E alla fine, abbastanza spesso, la cosa diventa impellente e se ne escono dicendo: "Se ti dico la mia data di nascita puoi dirmi in quale giorno della settimana sono nato?" Oppure parlano di radici quadrate o mi chiedono di recitare dei brani o dire numeri molto grandi.

Daniel Tammet, in particolar modo, come si comprende anche dal precedente estratto di una sua conferenza, è straordinariamente dotato per la matematica e l’apprendimento delle lingue. Parla ben 11 idiomi diversi, tra cui l’islandese, imparato IN UNA SOLA SETTIMANA! 😮

Daniel non percepisce i numeri come capita alla maggior parte di noi, attraverso cifre, ma come forme e colori: l’uno è una brillante luce bianca, il due un’onda violetta, il 37 granuloso come semolino etc… queste forme e colori si mescolano nella sua percezione  permettendogli di elevare a mente un numero alla 37a potenza in meno di un minuto.

Questa particolare dote che gli permette di associare forme e colori ai numeri è la sinestesia,  ossia una forma di contaminazione sensoriale, di cui alcuni studiosi sostengono fosse dotato anche Leonardo da Vinci.

Daniel partecipa a vari talk show e tiene conferenze in giro per il mondo dove si racconta ed ha scritto tre libri, tra i quali il più famoso è Nato in un giorno azzurro.

La sua vita con un disturbo dello spettro autistico non è però stata facile: bullizzato a scuola, incapace di comprendere le espressioni, l’ironia e gli stati d’animo altrui (ricordate la teoria della mente?), Daniel ha inoltre dei rituali da compiere -come l’esatto quantitativo di porridge da mangiare a colazione- e non ha mai imparato a distinguere la destra dalla sinistra.

Solo crescendo e grazie all’amore ed al sostegno della sua numerosa famiglia ha saputo trasformare la sua disabilità in una ricchezza, migliorando notevolmente la qualità della sua vita e divenendo un esempio.